Storia
Il monte Grigliano e la sua storia
Di formazione cenozoica e costituito da materiale calcareo e tufaceo, il Monte Grigliano risultava sterile ed incolto fino alla metà del ‘400. In epoca romana era certamente già noto grazie alla sua particolare posizione geografica nella pianura veneta. Sulle pendici meridionali del Monte Grigliano, in prossimità dell’odierna statale 11, passava infatti la famosa Via Postumia, una via consolare romana che collegava Genova ad Aquileia. La presenza di insediamenti rurali nelle vicine località di Vago di Lavagno, S. Pietro di Lavagno e S. Briccio, induce a pensare che anche sul monte Grigliano ci fossero costruzioni civili o militari a motivo della sua posizione.
Con la caduta dell’impero romano, il Monte Grigliano perse gradualmente importanza. Secondo alcune fonti storiche e studi recenti, si può desumere che anche dopo il V secolo, con il passaggio di orde barbariche (Cimbri, Visigoti, Unni, Ostrogoti) e con la grande invasione degli Ungheri del X secolo, il Grigliano rimase un luogo di osservazione e coordinamento di azioni militari.
Dopo l’anno Mille, la via Postumia veniva percorsa da quanti erano diretti in Palestina e dai crociati del Nord-Italia che combattevano per liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli. Ciò fa supporre che il Grigliano, nei tempi successivi, fosse luogo destinato ad accogliere pellegrini diretti a Santiago di Compostela in Spagna o in Terra Santa o comunque un luogo di assistenza a poveri e ammalati, un ospedale o un ospizio per pellegrini.
Nel periodo delle spedizioni in Palestina o presumibilmente, intorno al 1200, venne costruita sul Monte Grigliano una chiesa dedicata all’Apostolo S. Giacomo.
Verso la fine del Trecento, proprio fra le rovine di questa chiesa preesistente, si dice avvenne un fatto prodigioso: il rinvenimento delle reliquie dell’Apostolo S. Giacomo.
Il Maestro Marzagaia, contemporaneo ai fatti narrati scriveva: «Filippo da Lavagno il 10 maggio fu degno d’essere svegliato da una voce divina, che lo invitò a recarsi sopra il cocuzzolo di un colle (allude a quello del Grigliano) e quivi scavare perché c’erano le reliquie di S. Giacomo. Fece lo scavo e le trovò » ( De Modernis Gestis .. , pp. 26-27).
Realtà o leggenda? Malgrado alcuni particolari divergenti, testimonianze e documenti hanno indotto la maggioranza degli storici a concordare sul fatto che il ritrovamento dell’urna fosse un avvenimento realmente accaduto, verosimilmente il 24 maggio 1395. Con le offerte raccolte nei mesi successivi alla scoperta, il Comune di Verona autorizzò, nella seconda metà del 1395, la costruzione di una cappella o di un piccolo oratorio con altare per custodirvi le reliquie e permettere ai pellegrini di riunirsi in preghiera.
La notizia del rinvenimento delle reliquie dell’Apostolo, la devozione sincera di una vasta moltitudine di fedeli e i miracoli che sarebbero qui avvenuti, indussero il pontefice del tempo, Bonifacio IX a rispondere, con la Bolla “Jus Patronati”, alla petizione avanzata dalle autorità veronesi. Il Papa concesse al Comune di Verona il giuspatronato per la costruzione della nuova chiesa e il diritto di nominarvi Religiosi ed amministratori.
Fu così che il 20 giugno 1396, alla presenza di autorità religiose e patrizi veronesi fu posta la prima pietra. Nel progetto dell’architetto di Consignorio della Scala, Nicolò da Ferrara, che con il padre Giovanni godeva di stima ed esperienza a Verona, la costruzione doveva essere una grandiosa basilica gotica a cinque navate, sul modello di altre chiesi veronesi: Santa Anastasia, San Fermo, San Zeno e Sant’Eufemia.
Nel 1406, in pieno Grande Scisma d’Occidente, il Papa Gregorio XII, successore di Bonifacio IX manifestò però seri dubbi sull’autenticità delle ossa attribuite a San Giacomo Apostolo e fu così che i lavori di costruzione cessarono quasi completamente.
Dall’inizio del XV secolo, San Giacomo di Grigliano ospitò vari enti religiosi: i Monaci Benedettini di santa Giustina di Padova, Canonici regolari e i Padri Olivetani. Questi ultimi dalla fine del ‘400 alla metà del ‘700 si prodigarono per la bonifica del colle e, abbandonando l’idea di completare il progetto di Nicolò da Ferrara, portarono modifiche alle absidi laterali, poste a sinistra e riservate ai monaci. Venne inoltre ampliata la costruzione del monastero già esistente dal 1408. L’aggiunta del chiostro, del portico, di due camere per gli ospiti, la cucina, tre cameroni e il refettorio risalgono al 1558 e 1559, mentre l’innalzamento del campanile barocco va collocato presumibilmente intorno alla prima metà del XVII secolo. Ai monaci olivetani va riconosciuto inoltre il grande sostegno prestato alla popolazione durante la terribile peste del 1630. E’ documentato che il 27 novembre 1630 una folla orante, proveniente da Lavagno e dai paesi limitrofi, giunse a San Giacomo del Grigliano per invocare il Santo Apostolo per la fine della peste e questa, prodigiosamente, cessò. Nel 1717 i monaci Olivetani ristrutturarono la chiesa. Nel 1767 una delibera delle autorità veronesi soppresse il convento degli Olivetani sul Grigliano ma i monaci abbandonarono definitivamente il luogo nel 1771.
Negli anni successivi il colle fu riacquistato dal Comune di Verona che decretò di affidare il santuario alla cura dei sacerdoti del clero secolare per continuare l’officiatura e l’amministrazione dei sacramenti.
Il 18 luglio 1799 i padri GianAntonio Guglielmi e Gasparo Gaspari della Congregazione dell’Oratorio dei Filippini, fecero istanza all’autorità veronese per ottenere la custodia del Santuario con le costruzioni e i beni annessi. Dopo breve tempo, il Consiglio del Comune di Verona concesse loro il diritto di locazione perpetua del Grigliano.
Nel gennaio del 1801 le truppe napoleoniche, di passaggio nella zona, danneggiarono le costruzioni esistenti e ne depredarono i beni. I saccheggi ripresero alcuni anni più tardi. Nel giugno del 1805, le truppe francesi, accampate nella zona, entrarono in chiesa, distrussero l’altare maggiore, profanarono le reliquie e rovinarono altri stabili circostanti. I padri Filippini cercarono di riparare i danni subiti, ma decisero infine di rinunciare alla custodia e all’amministrazione del luogo. Il 12 dicembre 1805, 30 abitanti di San Giacomo, avendo riconosciuto la cura prestata loro dai religiosi, avanzarono un’istanza al vicario generale vescovile richiedendo il loro ritorno al Grigliano. I Filippini accettarono, ma successivamente a problemi insorti, abbandonarono definitivamente il colle alcuni anni più tardi.
Il Grigliano così passò in mano a privati, ai Fratelli Faccioli dal 1816 al 1857, a Pietro Gonzales e a Rosa Libanti. Risale proprio a quegli anni l’interrogativo su dove si trovasse realmente il corpo dell’Apostolo San Giacomo, venerato da molto tempo a Santiago di Compostela in Spagna. Lo stesso Pontefice Leone XIII, rispondendo nel 1884 (“Acta Apostolice Sedis”) ad un’interrogazione avanzata l’anno precedente dal vescovo di Compostela, minacciò la scomunica a quanti ritenevano che il corpo di San Giacomo non si trovasse a Santiago.
Nel 1895 San Giacomo passò ai fratelli Milani che edificarono la Villa omonima in stile archiacuto conferendole un originale carattere gotico-moresco e crearono il parco.
Nel 1936 il Santuario con le sue pertinenze fu acquistato dai Fratelli Bartolo e Ignazio Battiato. Persone pie e generose, si legarono con sincera stima e devozione a don Giovanni Calabria (1873-1954), sacerdote e fondatore dei Poveri Servi della Divina Provvidenza di Verona, oggi santo. I Fratelli Battiato fecero così una donazione all’Opera il 27 dicembre 1950. Al punto 2 del rogito dell’atto, registrato il 3 gennaio 1951, si legge: E’ desiderio del donante, desiderio ispirato dal pensiero di Don Giovanni Calabria, che i beni donati vengano possibilmente destinati come luoghi di studio e di “incontri di anime”.
Il monte Grigliano e la sua storia
L’idea del santuario, nell’intenzione dell’architetto Nicolò da Ferrara, sul finire del Trecento, era che l’abside fosse rivolta ad oriente e la facciata ad occidente, secondo la consuetudine del tempo: la chiesa di San Giacomo doveva essere a croce latina, divisa in 3 navate, come S. Anastasia e S. Zeno, con 5 absidi poligonali, di cui una maggiore centrale e quattro minori laterali.
Le dimensioni della costruzione progettata, desumibili dalla presenza di alcuni tratti di muratura della facciata e del transetto, eguagliavano quasi quelle della più grande basilica veronese di S. Anastasia: la lunghezza totale esterna misurava infatti circa 78 metri e la larghezza 25,70 mentre il transetto era di circa 13 metri per 36.
Le navate dovevano essere molto ampie, considerando che, nel progetto di Nicolò da Ferrara, la chiesa doveva avere un’estensione di 45 metri e un’ampiezza pari a circa 23 metri (11 metri la navata maggiore e 12 le due laterali).
Il complesso architettonico doveva essere fabbricato secondo una tecnica muraria, già utilizzata per alcuni edifici religiosi e civili del tempo, alternando la pietra ai mattoni.
Le strutture murarie portanti erano rafforzate esternamente da robusti contrafforti e all’interno da costoloni ed eleganti lesine. La copertura della chiesa era costruita, presumibilmente, con volte a crociera, sostenute da nervature a sesto acuto, come si deduce dalla parte absidale costruita.
I lavori per la costruzione, iniziati verso la metà del 1396 si arrestarono intorno al 1413 dopo l’edificazione delle 5 absidi, della base dei muri perimetrali del transetto e del basamento della facciata. E’ difficile determinare le motivazioni che portarono alla sospensione dei lavori: forse l’eccessiva grandiosità del progetto, il forte calo delle offerte, l’allontanamento del Vescovo Jacopo De Rossi dalla cattedra di San Zeno, lo stesso riserbo del Pontefice Gregorio XII sull’autenticità delle reliquie o ancora difficoltà di rapporti con le chiese del luogo.
Negli anni successivi furono apportate delle modifiche alle strutture interne del corpo absidale e da allora la chiesa fu lasciata nello stato in cui si presenta ai nostri giorni.
Anche se incompiuta, San Giacomo di inserisce comunque, a pieno titolo, tra i monumenti più significativi dell’arte gotica veronese della fine del XIV secolo e dell’inizio del XV.
Il santuario di San Giacomo del Grigliano oggi
Non poco interessante il modo in cui si presenta ai nostri giorni. La struttura esterna di San Giacomo del Grigliano presenta pareti slanciate e irrobustite da possenti contrafforti che creano suggestive tonalità di luce e ombra. La sommità della parete muraria che si salda con la copertura è ornata da una sequenza regolare di archetti pensili ogivali e di cornici e fregi geometrici.
La facciata a capanna, è costruita, nella parte superiore, in mattoni mentre la parte inferiore, sottostante le arcate ogivali della volta, da una muratura grezza, realizzata in modo affrettato per garantire il culto malgrado l’interruzione dei lavori ordinata dal Comune di Verona. L’intera parete è interrotta da 4 pilastri che delimitano chiaramente l’abside maggiore e le quattro absidi minori.
Nel corpo absidale, bicromo, si notano, invece, a coppie, otto finestroni ogivali e trilobati, divisi a metà da una catena di archetti.
All’interno, la chiesa richiama lo stile architettonico veronese della fine del XV secolo. L’abside centrale, che secondo il progetto di Nicolò da Ferrara doveva essere il coro della basilica, è oggi adibita a presbiterio. Di pianta pentagonale, misura 10 metri di larghezza e 17 di lunghezza, misure che si equiparano a quelle della cappella maggiore di S. Anastasia. Quattro finestroni, vicino all’altare riproducono negli sguanci una decorazione a motivi geometrici. I muri di sostegno del catino absidale sono percorsi da quattro costoloni in cotto che sostengono gli archi a sesto lobati della volta. A destra, si può notare, illuminata da 2 finestroni trilobati, una cappella laterale, a pianta rettangolare, adibita a sacrestia. Restaurata circa settant’anni fa, la cappella conserva ancora alcuni tratti originali. La grande scala sulla parete occidentale conduceva, un tempo, alla cantoria ormai non più esistente. Sempre a destra, si colloca con dimensioni più ridotte, la cella campanaria della chiesa con due finestroni al centro. Sulle sue strutture poggia il campanile barocco, edificato dai monaci Olivetani nella prima metà del XVII secolo. Le due cappelle a sinistra dell’abside maggiore presentano ancora le loro primitive strutture, nonostante siano state oggetto di rifacimenti e ammodernamenti. La cappella corrispondente alla cella campanaria è stata rinnovata in quanto luogo di passaggio per l’accesso alla cripta sottostante, costruita nel 1976.
La chiesa conserva al suo interno numerosi affreschi, principalmente votivi, rappresentanti in prevalenza la Madonna con il Bambino, San Giacomo, con il tipico bastone del pellegrino, e San Giovanni Battista. L’attribuzione dei dipinti, in parte frammentari e rimaneggiati presenti nella chiesa o nella villa Milani, risulta incerta. Pare siano riconducibili ad Altichiero, Martino da Verona o alla loro scuola.
Sopra l’altare maggiore, una splendida pala rappresenta le mistiche nozze di S. Caterina col Bambino alla presenza della Vergine, S. Giuseppe, Maria Maddalena e l’Apostolo Giacomo. Anche se la scritta “F.TURBIDUS INV”, visibile ai piedi della Madonna, fece ritenere che la pala fosse un’opera autentica di Francesco Torbido, detto “il Moro” (nato a Venezia intorno al 1482), l’affresco fu eseguito invece intorno al 1771, in occasione della vendita dell’originale, oggi perduto.
Il monte Grigliano e la sua storia
Secondo testimonianze di don Luigi Pedrollo (30 ottobre 1949) e don O. Foffano, primo biografo ufficiale di Don Calabria, i fratelli Battiato, ultimi proprietari del luogo, pensarono di donare il complesso a Don Calabria con la proposta di farne un ospedale. Non è noto il motivo per cui don Calabria inizialmente non accettò. Nel Natale del 1949 Ignazio Battiato scrisse a don Calabria ribadendo nuovamente l’offerta della chiesa, del palazzo e del parco con lo scopo che divenissero casa per il noviziato e luogo di incontri ed esercizi spirituali. Fu così che il 27 dicembre 1950 la proprietà passò all’Opera dei Servi della Divina Provvidenza.
Il 25 luglio 1951, festa del Santo Patrono, i religiosi dell’Opera Don Calabria entrarono per la prima volta a San Giacomo. Don Calabria vedeva nella donazione del “monte” una segno della Divina Provvidenza: “Oh, quanto è bello questo colle! Esso è davvero luogo santo, casa del Signore e porta del cielo! … A me pare che il Signore abbia disposto tutto per attuarvi incontri di anime”.
Bibliografia
Marcellino Campara- Ines Zanini “Il santuario e l’oasi di San Giacomo del Grigliano di M. Campara e Ines Zanini
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